artrite riabilitazione

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artrite riabilitazione

Messaggio  galeone il Gio Dic 02, 2010 9:56 pm

BILITAZIONE
Artrite: ruolo centrale per la riabilitazione
Se il trattamento farmacologico è accompagnato da una terapia mirata è possibile prevenire disabilità invalidanti
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(Corbis)
MILANO - Chi soffre di malattie reumatiche, come l’artrite reumatoide, può trarre grandi benefici da un adeguatotrattamento riabilitativoassociato alla terapia farmacologica. Lo hanno sottolineato gli esperti intervenuti al recente congresso della Società italiana di reumatologia.
RIABILITAZIONE - «La riabilitazione di un paziente affetto da artrite reumatoide è parte integrante della terapia medica e la sua efficacia è ormai convalidata da molti anni da fonti scientifiche a livello internazionale - premette Tiziana Nava, referente nazionale del Gruppo interesse specialistico sulla riabilitazione delle patologie reumatologiche dell’Associazione italiana fisioterapisti -. Il suo obiettivo principale è quello di prevenire, mantenere o ripristinare (in funzione allo stadio della malattia) la massima funzionalità articolare possibile, condizione necessaria per garantire una migliore qualità di vita alla persona. Così facendo si può ridurre la sintomatologia dolorosa e prevenire la deformazione articolare. Parallelamente è necessario considerare gli aspetti più complessi della persona: la sfera affettivo-relazionale, la stima e il rispetto di sé, la dignità della persona rispetto all’ambiente privato e l’ambiente esterno. Perché la riabilitazione sortisca gli effetti desiderati è fondamentale che venga effettuata esclusivamente da un fisioterapista con qualifiche certificate e che ogni trattamento riabilitativo sia focalizzato sul singolo individuo: non esistono infatti pazienti uguali fra loro a parità di malattia».
RIABILITAZIONE PRIMARIA - Il percorso individuale alla base del programma riabilitativo avviene su tre livelli principali in base allo stadio e alla fase di malattia. «La riabilitazione primaria si affianca a una diagnosi precoce, precisamente entro i sei mesi dall’esordio della malattia - spiega Nava -. In questo caso il trattamento si focalizza sulla rimozione di problematiche antecedenti all’instaurarsi della malattia. La valutazione in questa fase primaria deve tenere conto non solo della malattia, ma anche delle diverse componenti che caratterizzano il singolo individuo. Devono quindi essere considerati con attenzione la storia clinica del paziente, la tipologia di lavoro, gli hobby e lo stile di vita». Ogni persona nasce infatti con una postura ben definita che riassume caratteri ereditari, in genere associati a problematiche che possono derivare da altri fattori spesso misconosciuti quali, per esempio, un eccessivo peso corporeo, una statura troppo alta, alterazioni congenite della struttura muscolo-scheletrica (displasia d’anca, scoliosi, varismo o valgismo delle ginocchia, piede torto, cavo, un arto più corto dell’altro). «Nel corso della vita il lavoro, le pratiche sportive e le malattie pregresse, interagendo con questi fattori di base, diventano causa di gestualità improprie che si fissano in posizioni definibili come posture scorrette - continua l’esperta -. L’instaurarsi dell’artrite reumatoide va a sovrapporsi a una eventuale errata situazione "posturale" preesistente, creando ulteriori disequilibri. Queste sono le risposte antalgiche adottate dalla persona per far fronte al dolore, sintomo principale della malattia con un impatto psicologico diverso secondo la personalità del soggetto e l’intensità del dolore stesso». Proprio per questi motivi bisogna indagare sulle abitudini della persona nella vita e nel lavoro e quindi correggere gli errori più comuni. «In pratica la riabilitazione agisce sui distretti interessati dalla malattia con interventi specifici; globalmente sulla persona al fine di correggere la postura e le gestualità errate; infine concordando con la persona un programma educazionale per promuovere uno stile di vita corretto» riferisce Nava.
RIABILITAZIONE SECONDARIA - La riabilitazione secondaria scatta quando la malattia è ormai conclamata e non si è intervenuti sin dall’inizio. In questo caso bisogna eliminare i fattori aggravanti preesistenti e agire sui comportamenti sbagliati (posture antalgiche) messi in atto per convivere con il dolore e le deformità articolari. «Per esempio se l’artrite reumatoide interessa la mano o il polso destro, la persona riduce la gestualità riferita a queste parti del corpo, per gestire al meglio il dolore e l’impossibilità gestuale. Il corpo, in breve tempo, ruota verso sinistra per favorire i gesti richiesti; la mano sinistra va incontro a un iperutilizzo per compensare l’impotenza della mano destra - spiega Nava -. Nel tempo questa situazione può comportare una sintomatologia dolorosa a carico di altre parti del corpo non coinvolte dalla patologia artritica. In questo caso l’obiettivo è prevenire l’aggravarsi della malattia attraverso un programma educativo concordato con la persona che preveda la terapia manuale supportata dall’economia articolare e gestuale, l’ergonomia posturale, la correzione degli stili di vita, il miglioramento della forma fisica e la terapia educazionale».
RIABILITAZIONE TERZIARIA - Infine c’è la riabilitazione terziaria, impiegata quando la situazione complessiva è così compromessa che non sono più presenti i requisiti biomeccanici minimi. «Alla luce delle precedenti considerazioni diviene maggiormente comprensibile il ruolo della fisioterapia nella prevenzione della cronicizzazione - fa notare l’esperta -. In questo caso vanno prese in considerazione diverse variabili che rivestono un ruolo determinante per modulare al meglio le strategie per il recupero e il mantenimento dell’autonomia, dell’autosufficienza e quindi per il miglioramento della qualità di vita della persona. Accanto a un approccio terapeutico manuale che interviene sul danno primario o distrettuale (arto superiore, arto inferiore, complesso cranio-cervico-mandibolare), si affronta il danno secondario grazie a delle tecniche posturali». In questo contesto riveste un ruolo fondamentale l’economia articolare e gestuale. «Questa prassi terapeutica - continua Nava - si avvale dell’uso di tutori realizzati su misura per la persona che consentono di affrontare meglio il sovraccarico articolare manifestato in occasione dei più semplici, usuali e ripetitivi gesti, fattore di comparsa e di aggravamento delle deformazioni (per esempio aprire una bottiglia o un barattolo). La valutazione dell’ambiente lavorativo e familiare permette, attraverso la terapia occupazionale, di apporre opportune modifiche funzionali all’handicap».
AFFATICAMENTO - Un altro sintomo caratteristico dei pazienti affetti da patologie reumatiche è l’affaticamento. Con le tecniche riabilitative, in particolare con un corretto potenziamento muscolare, è possibile agire anche su questo aspetto. «Bisogna innanzitutto focalizzare l’attenzione sui problemi funzionali più importanti per decidere a quali dare la priorità e quindi intervenire mediante esercizi mirati - segnala Nava -. Questo permette, attraverso un approccio cognitivo-comportamentale, di definire un programma di mantenimento che la persona deve essere in grado di eseguire autonomamente al proprio domicilio sulla scorta delle indicazioni fornite dal fisioterapista».
A CHI RIVOLGERSI - Per avviare un trattamento riabilitativo in caso di artrite reumatoide è fondamentale rivolgersi a un fisioterapista specializzato nella riabilitazione delle malattie reumatiche, chiedendo indicazioni al Centro di reumatologia presso il quale si è in cura o all’Associazione italiana fisioterapisti. «Il fisioterapista a cui ci si rivolge deve sempre illustrare al paziente le metodiche che intende adottare e le relative motivazioni - fa notare Nava -. Un trattamento riabilitativo corretto non procura mai dolore, non è aggressivo e traumatizzante, ma graduale e rilassante. Al termine del trattamento e nelle 24 ore successive non si deve manifestare una riacutizzazione del dolore o un peggioramento dell’infiammazione e delle tumefazioni articolari; se ciò accade significa che il carico di lavoro utilizzato è stato eccessivo. Infine può accadere che il paziente si stupisca del fatto che il fisioterapista operi in un distretto corporeo diverso da quello in cui accusa dolore: si tratta di una prassi alcune volte necessaria e utile su cui il fisioterapista deve essere pronto a fornire delucidazioni».
Antonella Sparvoli
01 dicembre 2010
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